C’è un prima e un dopo, anche se nessuno lo vede.
Il prima è fatto di tentativi, di spiegazioni che non tornano, di quella sensazione strana di essere troppo e troppo poco allo stesso tempo.
Troppo veloce dentro, troppo lento fuori.
Troppo capace in alcune cose, troppo negato in altre.
Una mente che corre, un corpo irrequieto.
Un’intelligenza che apre porte e un’attenzione che le lascia spalancate.
Per anni ho pensato fosse colpa mia, che avessi qualcosa di sbagliato nel modo di funzionare.
Credevo che la mia fatica fosse una debolezza, la mia intensità un difetto, la mia discontinuità una mancanza di volontà.
Poi, un giorno, ho scoperto che tutto questo aveva un nome
Un nome che non era una condanna, ma una mappa: 2e.
Due volte eccezionale.
Due volte complesso.
Due volte fuori standard.
Non è stato un sollievo immediato, tutt’altro, è stato un terremoto che mi ha scosso profondamente.
Come se qualcuno avesse finalmente acceso la luce in una stanza dove ero sempre stato al buio.
Ho iniziato a vedere cose che prima sentivo soltanto, i punti di forza, le debolezze, le zone d’ombra e quelle di luce.
E ho capito che in me non c’è nulla di rotto ma che funziono solamente in modo diverso.
La consapevolezza non è arrivata da sola.
È arrivata grazie a chi ha saputo guardarmi senza semplificare. Alla fortuna di aver trovato professionisti che hanno ascoltato davvero e farmaci, ancora in parte detestati, che hanno tolto rumore invece di aggiungerlo.
E soprattutto, il lavoro più difficile, guardarmi senza vergogna.
Accettare che la mia mente non è un errore di fabbricazione, ma un sistema diverso che ha bisogno di essere capito, non punito.
Ci sono cose che ancora mi fanno inciampare.
Giorni in cui l’attenzione scappa.
Momenti in cui la sensibilità mi travolge.
Situazioni in cui la mente corre troppo e un corpo che non sempre risponde come dovrebbe.
Non è tutto risolto.
Non è tutto facile.
Ma ora so cosa succede e sapere cambia tutto.
Ho iniziato a parlarne.
Prima piano, poi meglio.
Alle persone che amo, a chi mi è vicino, a chi condivide la mia vita.
Non come una confessione, ma come una verità.
E la verità, quando la dici senza vergogna, smette di essere un peso.
Diventa un ponte.
Ho scoperto che non ero solo, anche se ci nascondiamo benissimo.
È per questo che ho deciso di creare questo spazio.
Perché so cosa significa vivere anni senza un nome, senza una mappa, senza un posto dove riconoscersi.
So cosa significa sentirsi fuori posto anche quando si è nel posto giusto.
So cosa significa avere una mente che brilla e inciampa nello stesso istante.
E so che raccontarlo può aiutare a respirare un po’ meglio.
Non voglio insegnare niente a nessuno.
Voglio solo condividere, basandomi sulla mia esperienza personale, ciò che ho capito. Ho capito che non siamo difettosi, non siamo sbagliati, non siamo gli unici.
Siamo complessi, siamo intensi e abbiamo bisogno di un altro linguaggio.
Questo è il mio.
E se vorrai, qui dentro potrai trovare anche il tuo.
“Diventa ciò che sei.” Friedrich Nietzsche